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SALVATAGGIO IN ALTA QUOTA

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Da una ventina d’anni, insieme alla disciplina dello yoga che pratico regolarmente da molto tempo, mi dedico all’alpinismo, uno sport duro ed estremo.Ho cominciato agli inizi degli anni 90, con delle semplici camminate in quota, durante una vacanza in Valle d’Aosta consigliatami da un amico. Da allora è stato un crescendo di attività, dai trekking sui sentieri delle alte vie di Alpi e Dolomiti, ferrate di difficoltà sempre maggiore, ascensioni su ghiacciai, arrampicate in palestre di roccia , falesie ed ambiente. L’alpinismo è un modo per me di vivere intensamente la natura, entrare in contatto con gli elementi vitali esaltati all’ennesima potenza: aria, sole, acqua, roccia, ma è anche una filosofia di vita che non si discosta tanto dai valori dello yoga. Anche nell’alpinismo, infatti, vi è l’ascesa dura e faticosa che dalla terra porta verso il cielo, è necessario il controllo del respiro, e quello di ogni azione e di ogni passo per preservarsi dal pericolo di precipitare.E’ necessario essere pronti al sacrificio, coraggiosi e resistenti.Nella disciplina dello yoga, coltivata da più tempo, sono stato seguito ed indirizzato da grandi Maestri autorealizzati nel perfezionamento interiore: particolarmente ho avuto la fortuna di conoscere Swami Maheshananda, P.Anthony, Swami Binodananda. Swami Maheshananda è il Maestro che più di tutti ha influenzato in maniera positiva il mio percorso spirituale; Swami Binodananda, invece, mi ha seguito ad aiutato individualmente con tecniche di Mantrayoga.Egli vive in India a Varanasi e ci sentiamo spesso telefonicamente, quasi con cadenza settimanale.Sassolungo altaquotayoga

Posso asserire che vigila sulla mia vita e sul mio operato; oltre che avermi insegnato molte tecniche yoga, è sempre pronto ad avvisarmi quando, attraverso la sua chiaroveggenza ed il calcolo astrologico di transiti planetari negativi percepisce dei rischi e pericoli nella mia esistenza. A conferma di ciò, racconto questo episodio accaduto intorno alla seconda metà del mese di settembre dell’anno 2008. Avevo in quel periodo sentito parlare di un percorso alpino molto interessante, una via ferrata sul massiccio del Sella e (da buon alpinista) ne ero subito rimasto attratto. Essa si snoda lungo un dislivello di 800/900 metri dall’omonimo passo, si raggiunge l’altopiano lunare della Mesules che rappresenta la vetta, per poi ridiscendere a valle con lungo e tortuoso sentiero di ripida discesa. Le difficoltà sono relative; per gli addetti ai lavori posso dire che, è un’arrampicata con difficoltà di quarto grado con passaggi forse di quinto. L’ascensione è supportata da un cavo di sicurezza d’acciaio che segue la via e due scalette metalliche di un paio di metri poste nei punti più ostici. Non conoscendo nè percorso nè territorio avevo scaricato appunti dal web, cercando le relazioni scritte da chi aveva prima di me affrontato questo intinerario. Mi risultava poco chiaro dalle descrizioni visionate, se una volta giunto alla vetta , il sentiero di ritorno che porta a valle sarebbe stato di facile individuazione: ciò era per me un punto molto importante da considerare, in quanto sarebbe stato improponibile ripercorrere in discesa la stessa via fatta in arrampicata. altaquotayoga

Normalmente, quando si decide per una opzione del genere, la si pratica affidandosi ad una calata in corda doppia che si realizza se non ci sono altre possibilità. La stagione alpinistica estiva intorno alla data del 20 settembre volge al termine, infatti molti rifugi alpini chiudono l’attività e le perturbazioni in quota in questo periodo si trasformano facilmente in copiose nevicate, esponendo così a notevoli rischi chi si avventura a certe altezze. Il bollettino meteo del giorno stabilito per il mio progetto di ascesa, era piuttosto incerto: indicava tempo variabile con schiarite pomeridiane ma con possibili nevicate nelle primissime ore della mattinata. Fui svegliato invece, in quel giorno, da un luminoso raggio di sole che si insinuava tra le persiane di una finestra dell’albergo in cui avevo pernottato. Dall’edificio posto in un luogo molto panoramico, potevo osservare tutta la catena dolomitica del Sella e del Sassolungo in uno scenario limpido e sgombro da nubi, e le sagome di queste montagne si ergevano scintillanti contro i raggi del primo mattino.

Della perturbazione nessuna traccia, lo zaino già pronto, pochi dettagli di abbigliamento da sistemare, moschettoni, cordini, set da ferrata e via!!! ….. Colazione e saltare in macchina fino al passo, zona in cui si innesta il sentiero che porta ai piedi della torre dolomitica da scalare. Con i suoi 800mt. di dislivello da arrampicare ed una interminabile discesa per riportarmi al punto di partenza, contavo di chiudere il tour in 8 ore. Ore 7,30: qualche autoscatto all’attacco della via ed eccomi proiettato nell’impresa solitaria. Panorama sontuoso, procedevo spedito: l’arrampicata mi impegnava al 60% delle mie possibilità, per cui divertimento e contenuta fatica, praticamente il massimo; una giornata memorabile. dolomiti sella - altaquotayogaDi tanto in tanto tenevo d’occhio un fronte di nubi che si alzava di pochi gradi sopra le cime poste quasi all’orizzonte, ma l’assenza di vento mi dava sicurezza, per cui era tutto sotto controllo.

Procedevo in salita in maniera sciolta ed efficace, nella rugosa roccia gli appigli erano abbondanti per cui, nessun problema. Pensavo però al sentiero di ritorno, e se, una volta in vetta , sarebbe stato poi così ovvio da rintracciare, come asserivano le relazioni degli alpinisti miei predecessori. Dopo 500mt. di ascesa improvvisamente iniziò a verificarsi un repentino cambio climatico: il vento cominciava a sibilare facendo sentire il suo impeto, ed il sole era sparito dietro una coltre oscura di nubi. In effetti il fronte nuvoloso la cui vista per un paio di ore mi era stata preclusa dalle torri rocciose del massiccio che stavo scalando, era avanzato spaventosamente e nel giro di pochi minuti aveva cominciato a lasciar cadere delle minuscole formazioni sferiche di ghiaccio simile a polistirolo.

Mi rassicurava il fatto che oramai la vetta era alla mia portata; massimo un’ora, secondo i miei calcoli sarei stato sul più sicuro sentiero in discesa verso valle, senza più l’incubo dei precipizi. Sbagliato tutto!!! L’innocua pioggia di polistirolo in poco tempo si era trasformata in un’ abbondante nevicata che rendeva viscide e scivolose le rocce. Gli appigli si facevano sempre più insidiosi trasformando la difficoltà dell’arrampicata dal quarto grado al sesto e forse più. Fortunatamente la parte più difficile era terminata, e al momento procedevo camminando in una ripida salita, tra roccioni accatastati disordinatamente da antiche frane, che lasciavano intravedere un sentiero appena abbozzato.torri del sella altaquotayoga

La nebbia aveva fatto la sua comparsa, ed insieme alla neve che cadeva incessante, rendeva il paesaggio ovattato, piatto e silenzioso. Sembrava che tutte le forme di vita fossero sparite ed avessero abbandonato il luogo; solo io procedevo nella tormenta senza riparo in un silenzio spettrale. Anche i colori si erano dileguati, rimaneva il grigio delle rocce avvolto nel lattiginoso bianco della nebbia e della neve. Alle ore 14 ero arrivato ad una sommità, una specie di piccolo altipiano simile ad un immenso terrazzo posto in cima alla struttura rocciosa della montagna; ero convinto di essere arrivato alla vetta e quindi cercavo il famigerato sentiero in discesa per tornare a valle il più in fretta possibile.

Non era così semplice, la nebbia nascondeva la visuale e la neve accumulandosi aveva coperto tutti i segnavie di vernice bianca e rossa pitturati sulla roccia dai volontari del C.A.I. ; mi rimanevano come riferimento del sentiero i cosiddetti ometti, ossia piccoli cumuli di pietre disposti a piramide per segnalare la via in casi come questo. Non riuscivo a decifrare la situazione : continuavo a girare senza combinare nulla trovandomi sempre negli stessi posti, la nebbia mi confondeva, il freddo mi intorpidiva corpo e mente, il vento mi toglieva concentrazione; avevo l’attrezzatura giusta per affrontare questa situazione: pail grosso e medio, giacca triplo strato gorotex, guanti imbottiti, cappello invernale impermeabile ecc, ma ciò non sembrava sufficiente.

L’unica traccia di sentiero rimasta da seguire si insinuava tra cumuli di enormi detriti rocciosi in salita, quindi una volta imboccata e percorsa per qualche centinaio di metri, non esaudendo le mie aspettative che volevano che essa degradasse verso valle e visto l’enorme difficoltà di progressione, avevo ritenuto opportuno abbandonarla. Il tempo trascorreva inesorabile ed io dovevo tenere conto delle ore di cammino che dovevo percorrere in discesa per il rientro, le giornate in settembre hanno meno ore di luce rispetto a quelle estive, tanto meno in una giornata simile.

Ore 16,00: non vedevo vie di uscita, il cellulare fortunatamente aveva campo e mi sono deciso a chiamare Valeria che era serenamente sul suo posto di lavoro ignara del fatto che la mia vita stava diventando molto precaria. Il suo numero era in memoria, avendo difficoltà di movimento di mani e dita e scarsa lucidità, affidai a lei perciò le chiamate per il soccorso. Risposero subito gli operatori del 118, poi mi chiamò il gestore di un rifugio alpino della zona, ed infine gli elicotteristi del soccorso alpino. Mi consigliarono di tornare indietro verso la via ferrata per facilitarli nel compito di rintracciarmi e comunque in una condizione di così scarsa visibilità l’elicottero non era in grado di alzarsi in volo.

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A valle, ai piedi della montagna , tre guide alpine del luogo si tenevano pronte ad intervenire: avrebbero dovuto recuperarmi arrampicando la via ferrata in condizioni proibitive e dimassimo rischio se il veicolo fosse rimasto a terra. Avevo calcolato le tre ore di attesa per dare il tempo ai soccorritori di completare il percorso in salita e giungere a me, e quello necessario per effettuare insieme a loro la discesa, almeno altre tre o quattro ore. Non volevo che la mia mente si soffermasse all’idea che sarei rimasto aggrappato a quella montagna nella tormenta di neve fino a notte fonda. Lo stress mi aveva stremato, non potevo andare incontro ai soccorritori a causa della neve che era aumentata nascondendo il sentiero e creando trappole micidiali tra le rocce, in caso di frattura agli arti sarei stato spacciato. Valeria, molto preoccupata della situazione a 400 km di distanza e nel clima molto più mite del suo ufficio, pensava al Maestro Swami Binodananda, di come avrebbe voluto informarlo del rischio che stavo correndo.

Pochi minuti ed il suo cellulare squillava per una chiamata dall’India: era lui, che chiedeva dov’ero e cosa stavo facendo. Messo al corrente della situazione non sembrava particolarmente allarmato, semplicemente diceva di stare tranquilli che avrebbe subito iniziato la sua preghiera e recita di Mantras a mio favore. Egli è ben consapevole della potenza di queste formule vocali ed è abituato fin da molto giovane a servirsene. Io, inchiodato alla roccia dalla bufera, cercavo di fare altrettanto, mentre ero rassegnato ad aspettare i soccorsi e ad affrontare la difficile discesa che mi avrebbe impegnato per gran parte delle nottata: una situazione terribile. Inaspettatamente vi fu uno squarcio nel cielo, come se fosse stato improvvisamente acceso un enorme riflettore, vi fu un aumento di

luminosità, il sole imperioso aveva preso il sopravvento sulla coltre di nubi, le aveva bucate estendendo i suoi raggi sul paesaggio sottostante. Quella parte di mondo riprese vita riappropriandosi dei suoi colori. Uno spazio azzurro si faceva largo nel cielo con un tale vigore che nessun altra tinta era in grado di fermare questa avanzata, il mio cellulare squillava finalmente per darmi una buona notizia: l’elicottero poteva decollare grazie al miglioramento delle condizioni di visibilità; da lì a pochi minuti ne udivo il rombo delle pale mentre risaliva i vertiginosi strapiombi per portarsi in quota, ed in un attimo volteggiava sopra la mia testa sollevando un enorme nuvola di neve e ghiaccio.

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Entrai grondante nella pancia di questa specie di libellula meccanica, accolto benevolmente dai soccorritori, che dopo pochi minuti di volo in picchiata verso valle mi consegnarono ai medici del 118 e alle guide alpine che erano rimaste in attesa ai piedi del massiccio. Se le cattive condizioni meteo avessero perdurato esse avevano il compito di recuperarmi affrontando la scalata in una situazione terribile mettendo a rischio la loro vita. Noi alpinisti della domenica,

per quanto preparati ed allenati dobbiamo sempre essere consapevoli che le nostre leggerezze in quota, coinvolgono la vita di tante altre persone che si devono adoperare per toglierci dai guai. In questa circostanza ce la cavammo con una bevuta di tè caldo al rifugio del passo Sella e da lì a poco potevo rientrare in albergo giusto in tempo per la cena, come fosse stata una giornata qualsiasi. Aveva ripreso a nevicare con irruenza continuando per tutta la nottata, e mentre ne osservavo gli effetti dalla finestra, pensavo al momento in cui erano apparsi quei raggi di sole scacciando momentaneamente la perturbazione giusto il tempo necessario per essere portato in salvo: questo, dopo che Swami Binodananda aveva cominciato la sua preghiera per me. Nel Vangelo è citata una frase di Gesù che dice: ” se aveste tanta fede quanto un granello di senape direste a quella montagna spostati e quella si sposterebbe”; io credo che Swami possieda questa fede: egli nel momento in cui si è posto nella richiesta di aiuto verso i piani spirituali del creato, era certo del risultato positivo. Pochi mesi fa, ossia luglio 2009, ho riaffrontato la medesima scalata in un meraviglioso giorno di sole con il mio amico Pierfrancesco: tutto è stato fantastico, ho rivisto i luoghi in cui la mia vita è stata in pericolo ed ho capito come in quelle condizioni meteo mi ero infilato la volta precedente in una trappola senza via di fuga. Senza l’elicottero ed i soccorsi sarebbe stata una delle tante tragedie della montagna. Ringrazio le guide alpine del comprensorio del Sella e quelle di tutte le montagne, il soccorso alpino, Valeria, e Swami Binodananda. Stefano

                                                         KUMBA MELA INDIAN FESTIVAL

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Dal 1986 seguo cosi di yoga: ho iniziato con l’apprendimento delle posture fisiche chiamate asana, per approdare alle lezioni del Maestro Swami Maheshananda, il quale, situato stabilmente nella condizione elevata dell’autorealizzazione, mi ha indirizzato, attraverso la disciplina dello yoga, verso la conoscenza della scienza iniziatica e della ricerca interiore.Egli stesso è stato riconosciuto come Maestro, da un grande ed anziano yogi indiano Swami Vijasananda; quest’ultimo, infatti, aveva inviato un proprio discepolo in occidente, Swami Binodananda, il quale, approdato “casualmente” in una delle palestre dove insegnava il Maestro, aveva raccolto i dati per poterne tracciare il quadro astrologico karmico e da questo capirne l’elevatura interiore.indiatour9altaquotayoga

Fu così che, quando nel 1989 misi al corrente il Maestro delle mie intenzioni di recarmi in India, per partecipare al raduno sul Gange chiamato Kumba Mela, egli mi consigliò di contattare questi Swami indiani per essere tutelato nell’ambito di questa situazione. Il KumbaMela è un raduno molto importante che si tiene ogni 4 anni in occasione di determinate situazioni e assetti planetari, a rotazione, in 4 città indiane diverse bagnate dal Gange. In questo contesto, si incontrano in questi luoghi gli asceti, gli yogi, i rinuncianti, monaci, e tutto il mondo spirituale legato alla tradizione indù.

Sulle rive del sacro fiume, in tendopoli allestite per l’occasione, si raccolgono milioni di persone a celebrare i rituali di purificazione e a farsi permeare dalla potente energia che scaturisce dalle preghiere collettive di tante anime radunate in questo evento. Avevo quindi deciso, dopo avere letto qualche articolo su riviste di viaggi, di partecipare a questa magica celebrazione, sull’onda dell’entusiasmo che scaturiva dall’apprendimento di tutti i valori legati alle discipline spirituali a cui mi stavo avvicinando. Trascinai con me in questa avventura, due miei compagni di corso e kumba mela altaquota bolognaquindi, insieme, solo per arrivare ad Allahabad, la città che ospitava l’evento, affrontammo tante peripezie che per descriverle certo non sono sufficienti queste poche righe: basti accennare al fatto dell’aereo, che invece di atterrare all’aereoporto di New Delhy ci scaricò a Bombay, facendoci perdere la coincidenza col volo nazionale per Varanasi; inoltre, una volta giunti faticosamente in questa città, ci rendemmo conto della difficoltà di individuare l’indirizzo dove aveva sede l’ashram di Swami Vijasananda, e ancora, una volta superato il problema grazie alla caparbietà di Fabrizio, trovammo tutti i componenti della comunità già partiti alla volta di Allahabad.

Il problema più serio però erano le nostre condizioni di salute: Fabrizio era rimasto vittima di una intossicazione alimentare dovuta ad una abbuffata di cibi locali serviti in discutibili condizioni igieniche; “il ferroviere”, partito da Bologna con l’influenza, aveva smaltito la febbre, con punte di 39 gradi, tra i sedili dell’aereo ed i divani dell’aeroporto. Per quanto mi riguarda mi trascinavo un dolore subdolo che coinvolgeva la mia parte addominale sul lato destro e che mi aveva portato pochi giorni prima dalla partenza, alla guardia medica del mio paese per accertamenti. Mi erano state somministrate pastiglie per prevenire un eventuale principio di appendicite, le quali, una volta in viaggio, furono sciaguratamente dimenticate in qualche tasca recondita dello zaino.

Il problema emerse con formidabile impeto e virulenza dopo un paio di notti trascorse nell’accampamento sul Gange ad Allahabad, quando oramai eravamo giunti a destinazione ed eravamo completamente immersi nell’evento del Kumba Mela . Nei giorni precedenti, infatti, eravamo riusciti a contattare Swami Binodananda, il quale, attraverso l’aiuto di suoi discepoli, ci aveva condotto in città ed era riuscito a farci assegnare una tenda per poter vivere dall’interno e partecipare al grandioso festival spirituale. Ricordo con emozione come si prese cura di noi con generosa ospitalità, portandoci in giro durante il giorno per di renderci partecipi di rituali e tradizioni molto lontani dalla nostra cultura, ma il momento più bello e magico, era certamente la sera, quando ci ritiravamo nella nostra tenda ed egli veniva a farci visita guidandoci nella meditazione, donandoci insegnamenti filosofici e spirituali molto importanti per apprendere l’essenza della disciplina dello yoga.

varanasi33 altaquotayogaFinalmente mi si rivelavano gli aspetti più magici e nascosti delle antiche tradizioni spirituali indiane, e in quei momenti mi sembrava di essere un privilegiato dalla Grazia Divina, che mi donava l’accesso alle tecniche antiche per l’autorealizzazione. In una di queste lezioni lo Swami disse: ” La scorsa notte mi è apparso il vostro Maestro Swami Maheshananda nella sua veste bianca, e mi ha detto che è molto contento che siate giunti a destinazione e che vegliava su di voi”. Che meraviglia essere a contatto con esseri pieni di amore che ci guidano e sono così evoluti da poter comunicare tra loro trascendendo spazio e tempo! Purtroppo la magia di questi momenti fu interrotta in piena notte da dolori lancinanti che si sviluppavano dal mio basso ventre sul lato destro. L’appendicite rimasta sorniona per questa parte del viaggio, sotto l’influsso di cibi piccanti e speziati solo come in India sanno essere, si era prepotentemente svegliata alimentando in breve tempo una febbre che si era portata a 38,50 gradi. I muscoli addominali non rispondevano più, quindi non ero in grado di alzarmi e a malapena potevo stare seduto; Swami Binodananda nel cuore della notte non era rintracciabile; conforto e aiuto potevano venire solo dai miei compagni di viaggio. Essi erano riusciti, non senza problemi,a far arrivare un medico al mio giaciglio, da un presidio di vigilanza allestito insieme alla tendopoli, ma egli non sembrava particolarmente interessato alle mie condizioni di salute: da buon indiano mi proponeva piuttosto, degli scambi di tipo commerciale, avendo “addocchiato” tra i miei effetti personali sparsi nella tenda, delle penne a inchiostro ed altri oggetti per lui allettanti. Fortunatamente la nottata volgeva al termine ed insieme al sole si presentò al mio capezzale l’inesauribile Swami, il quale, con il distacco degno del titolo che porta, informatosi sulle mie condizioni di salute, si mise subito al lavoro per la mia guarigione. Egli usò le tecniche ed i poteri taumaturgici conferiti da anni di disciplina yoga, con una fiducia e fede granitica, tanto da ridicolizzare l’intervento precedente dell’insulso medico che, con scarsa scienza e vocazione, aveva abbandonato il problema irrisolto. Mi mise immediatamente all’interno di un cerchio che aveva tracciato sul pavimento, pronunciammo assieme per diverso tempo formule vocali dette Mantras e mi impose le mani sulla parte dolorante. Mi resi conto dopo poco tempo che febbre e dolore stavano diminuendo in maniera costante: sorprendentemente, nel giro di qualche ora, si stava risolvendo una appendicite degenerata in peritonite o comunque molto vicino a questa situazione. Verso sera ero già completamente ristabilito, tanto che l’indomani, come da programma insieme ai miei amici, ho potuto abbandonare questo sito e la compagnia di Swami Binodananda, per continuare la vacanza visitando altri luoghi dell’India sottoponendomi a estenuanti ore di viaggio. Per dovere di cronaca preciso che, rientrati in Italia verso metà febbraio al termine del viaggio, per diversi mesi non ho avuto alcun sintomo del problema riscontrato al Kumba Mela, ciò, fino alla sera del 30 aprile, quando a cena in compagnia di amici, ho cominciato ad accusare nuovamente gli stessi dolori. La mattina del primo di Maggio ero febbricitante in un letto dell’”ospedale Maggiore” di Bologna con i postumi dell’intervento chirurgico appena eseguito al famigerato tratto intestinale infiammato; mentre ero sofferente ma finalmente libero, si presentò in visita un amico che mi disse: ” Sai, proprio oggi è arrivato a Bologna per fare conferenze Swami Binodananda.”

Sorrisi e pensai al caso che non è un caso.

Con gratitudine a Swami Binodananda Stefano