Canti Devozionali, Pratica del Mantra e Contemplazione del Suono
La storia dell’uomo si accompagna inevitabilmente a quella della musica, fin da quando esso ha concepito la possibilità attraverso la voce, di modulare e veicolari i suoni in configurazioni e strutture sempre più complesse ed articolate. Anche gli animali utilizzano modelli vocali sonori per interazione con i propri simili e comunicare stati d’animo; particolarmente le balene, mammiferi marini e uccelli hanno tale predisposizione, ma in generale tutte le creature del nostro mondo hanno questa possibilità, finanche le piante, le cui emissioni sono rilevabili attraverso strumenti che ricercatori utilizzano per scoprirne l’interazione e la connessione del mondo vegetale con le frequenze emesse. Non è un caso che il quarto vangelo canonico scritto da Giovanni, esordisce con questa sua prima frase: “In Principio Era il Verbo ed il Verbo era Presso Dio”. Il Verbo è un’emissione energetica che si espande nel cosmo, i cui effetti nella materia divengono sonori a causa delle frequenze vibranti che spostano materia nel tempospazio. Attraverso l’evoluzione della matematica e la codificazione in note musicali delle frequenze sonore, l’uomo è arrivato a concepire melodie strutturate, che può interpretare non solo con la voce ed il canto, ma con strumenti sofisticati che nel tempo si sono evoluti, fino a definire perfette composizioni artistiche modulando con precisione questi parametri. Come per le creature terrestri, anche l’intero cosmo emette la sua vibrazione ed ogni particella di cui è composto, dal pianeta alla stella e persino lo stesso vuoto siderale, ha il suo canto. I saggi Rishi, conoscevano queste informazioni e infatti più di cinquemila anni fa, strutturarono un registro scritto, attraverso il linguaggio da essi praticato, il Sanscrito, di archetipi sonori connessi a molte realtà universali. I Veda sono quindi i più antichi testi sacri che racchiudono e conservano la codifica sonora di canti connessi a realtà trascendenti e cosmiche, in un linguaggio vibratorio, decifrato da questi esseri evoluti vissuti nelle regioni Himalayane. Da questo approfondimento o studio di carattere introspettivo che si ripercuote nella praticità oggettiva della scienza, hanno avuto origine quelle strutture melodico vocali definiti “Inni Vedici” o Mantra, che sono il Seme sonoro per una ricerca di connessione con quella parte di “Sorgente” a cui la formula vedica è connessa. Nel territorio del continente asiatico da cui tutto questo ha avuto origine, in quella zona ora chiamata India, ad oggi sono rimaste vive le tracce del suo antico passato, la discendenza e l’eco degli antichi scritti rimasti nella tradizione e tramandata nella forma devozionale, religiosa, filosofica, culturale, derivante dai precetti conservati nei Veda. La musica di questi luoghi incarna lo spirito di questa conoscenza e ne sublima la sacralità con le sue formule, che ne modulano note e melodie affinchè risuonino nel mondo interiore dell’uomo, risvegliandone antichi codici emozionali e attivandone i portali di accesso alla trascendenza. La musica di questi luoghi ha sempre custodito un carattere spirituale e un anelito verso il sacro, ha originato artisti virtuosi e preparati sia nella parte animica che tecnica. Ovviamente l’India è da considerarsi un continente, la cui evoluzione ha subito molte influenze e contaminazioni di varie civiltà e aspetti culturali; si sono generati quindi una grande moltitudine di stili ed interpretazioni sia a carattere canoro che strumentale, arricchendo il panorama artistico in maniera straordinaria e regalando agli ascoltatori delle sonorità inequivocabilmente tipiche di quei luoghi e sature di misticismo e trasporto verso l’aspetto della spiritualità. In questa analisi, desidero focalizzare l’attenzione del lettore su tre branche specifiche della musica tradizionale indiana, che sono le stesse da me utilizzate nell’ambito dei miei seminari, corsi, e concerti, restringendo consapevolmente di molto, il campo di possibilità offerto dalla tradizione di questa meravigliosa cultura. Esse costituiscono un modo semplice e diretto per una condivisione ed attivazione di pratiche interiori di Bhaktiyoga con gruppi di persone che sono interessate ad un percorso di autorealizzazione interiore, in questo modo in maniera coinvolgente e con slancio di cuore, liberando la mente da inutili speculazioni intellettuali, si possono ottenere risultati di abbandono ai sentimenti devozionali ed essere trasportati più facilmente nei mondi onirici della trascendenza.

kirtan sound
Ragas, Kirtan, Bhajan, i tre aspetti del Sacro.
Come già detto, la musica ha il potere di veicolare il trasporto interiore ed emotivo dell’ascoltatore, quindi l’utilizzo di questo elemento, facilita enormemente l’azione del rilascio di energie emozionali e vibrazionali , che il canto collettivo di preghiere ed invocazioni, provvederanno ad innalzare verso le gerarchie di luce. La musica ed il ritmo come da tradizione antica, accompagnano i canti devozionali o Bhajan, intrisi di sacre parole in sanscrito e rivolte a divinità ,archetipi o sacre energie universali, guidando il praticante a emanare sentimenti di devozione ed abbandono al divino. In tutte le tradizioni e culture esistono i canti sacri da praticare in collettività, dove ognuno portando il suo contributo, andrà ad alimentare un potente campo energetico formato dall’attività del gruppo. In questa pratica viene curato l’aspetto emissivo e di espansione verso l’esterno dell’energia individuale, prediligendo il sentimento di gioia e condivisione e dove l’apertura di cuore ed il rilascio emotivo, sono il veicolo per la celebrazione del legame al Sè superiore. Diversa è l’azione del canto collettivo del Kirtan, in cui le formule invocate, sono codici sonori denominati Mantras, che agiscono nella profondità del mondo interiore dell’individuo, curando più l’azione introspettiva che emissiva; in questo caso pur rimanendo nell’esperienza condivisa da un gruppo di canto, la pratica indirizza il praticante alla contemplazione metafisica ed a far risuonare all’interno le frequenze melodiche espresse. Ho già spiegato come le formule dei Mantras agiscano come attivatori di codici e processi di risveglio interiore dei nostri apparati fluidici ed elettromagnetici, riportando alla luce antiche memorie e frammenti di conoscenza dimenticati nel nostro subconscio. Potrei azzardare un medesimo paragone nel cattolicesimo, tra i canti liturgici che accompagnano la celebrazione della santa messa ed i canti Gregoriani, che con la loro atmosfera più cupa e satura di misticismo, scavano nel profondo dell’ascoltatore fino a toccare punti di convergenza con i mondi dello Spirito.
. Il mondo del Nadayoga o yoga del suono, è particolarmente celebrato nelle forme musicali dei Ragas, tipicamente associati alla tradizione dell’India, dove grandi professionisti ed artisti di questo genere, danno spazio ai loro virtuosismi strumentali nell’ambito di concerti ed eventi pubblici, che coinvolgono l’ascoltatore in questa pratica di contemplazione sonora, guidandolo ad esplorare la dimensione emotiva all’interno del proprio spazio interiore, che scaturisce dal susseguirsi ed incedere di melodia e ritmo del concerto. Il Raga infatti si propone questo scopo: originare un sentimento, un emozione, un frammento di memoria legato ad essi, che dall’ inconscio viene portato in superfice in uno spazio percettivo della mente, attraverso il susseguirsi di note ed intervalli musicali specifici e calcolati, che seguono regole melodiche ed armoniche atte a facilitare questo processo. Il Raga è quindi una composizione musicale, fondata su di una sua scala melodica specifica, che con un uso sapiente delle note prende lo spettatore per mano lo seduce, accompagnandolo in quella dimensione onirica emotiva, in risonanza con tali sonorità. E’ come se la musica prendesse forma nella Dea Saraswati, avvolgesse suadentemente l’ascoltatore e gli sussurrasse all’orecchio: “ Vieni!, se ti abbandonerai a me, ti porterò in uno dei mondi di mia giuristizione, dove potrai sperimentare l’eco dei dolci sentimenti generati dai suoni che stai ora udendo”. Le scale melodiche indiane non hanno nulla a che vedere con il sistema modale occidentale, ma sono costruite per allinearsi ed entrare in risonanza, con il ritmo delle stagioni, gli elementi della natura, i cicli cosmici, per questo motivo ogni raga ha un orario specifico della giornata che ne predispone l’esecuzione, una sequenza di toni e tivra, komal (mezzi toni) che ne caratterizzano la melodia, regole precise che evitano note in fase ascendente o discendete, ritmi complessi che ne dinamizzano l’esecuzione. Prendiamo come esempio Raga Yaman, composto da una scala maggiore con una alterazione sul quarto grado, un ritmo basato su sedici misure chiamato Tintal; una melodia predisposta per la parte serale della giornata, dopo il tramonto, che evoca un sentimento nostalgico, leggermente malinconico che nel contempo contempla il ricordo di una distanza, di un luogo perduto e del desiderio di colmare quella separazione. Come se lo spirito in esilio sulla terra, parlasse alla mente evocando il ricordo di casa, del ritorno al Padre. Yaman come tutti gli altri ragas è composto in tre distinte fasi di esecuzione: la prima ha il nome di Alap, ed è il momento di inizio, dove il musicista approccia lentamente le prime note in una fase libera da schemi ritmici, spaziando con il proprio strumento, in maniera fantasiosa ed artistica. La seconda parte è caratterizzata dall’entrata in scena della parte ritmica, composta generalmente da tabla o dolak e dove la melodia si dinamizza nell’esecuzione del concerto, sull’incedere del contesto percussivo. La terza parte è l’ultima che chiude la performance del raga, in cui il ritmo viene gradualmente accelerato, i volumi si alzano fino ad un picco in cui il brano raggiunge l’apoteosi sonora, per poi calare di colpo e ritornare al punto iniziale dell’alap, fino a spegnersi gradualmente in attesa dell’applauso del pubblico. Ovviamente vi sono musicisti grandiosi, che all’interno di queste esecuzioni operano virtuosismi e assoli incredibili, frutto di una vita di lavoro e dedizione alla pratica dello strumento ed allo studio musicale di questa tradizione. I concerti di musica indiana si avvalgono di sonorità molto specifiche e particolarmente riconoscibili, con strumenti tipici adatti per parti soliste, che sono entrati a fare parte anche della cultura occidentale, per il loro timbro inequivocabile: il Sitar, come il Bansuri, Esraj , Sarangi, Santur, Sarod ecc. fanno parte di quella magia antica d’oriente, di quella atmosfera carica di mistero e di aspettative verso l’imponderabile, con quelle sonorità ed evocazioni che riconducono a spazi onirici e mondi delll’invisibile.



