Guerriero di luce e la disciplina Zen
La tradizione cattolica ha insegnato ai propri seguaci, a vivere la spiritualità in maniera remissiva, subendo le azioni negative altrui, piuttosto che rivalersi e restituire con la stessa moneta gli operatori di iniquità. Non c’è nulla di sbagliato in questo, anzi attingendo dal vangelo gli insegnamenti del Maestro Yeshua, si arriva a capire che un arma letale per la sconfitta del male è proprio operare in maniera opposta alla sua modalità, ovvero attraverso amore e perdono, non infrangendo le leggi del karma, che riportano equilibrio tra le forze di azione e reazione. Il Maestro ha dimostrato con l’esempio della sua vita, di avere la capacità di immolarsi e annientare il suo corpo per il sommo bene e amore dell’umanità, è l’agnello citato nelle scritture, che docilmente viene condotto al martirio per mano romana, ma che un paio di secoli più tardi riesce, con l’eco del suo insegnamento, a trasformare l’impero romano dal culto pagano a cristiano, che si inchina e si converte al pensiero del profeta di Nazaret. Pur avendo nella propria tradizione tramandata dei testi sacri, le citazioni delle gerarchie angeliche e delle legioni di esseri alati capitanati da Michele arcangelo che combattono gli eserciti dell’ombra e degli agenti del male , il devoto e praticante cristiano, fedele ai passi evangelici, ha una notevole difficoltà a considerare la via del combattimento e del guerriero, come via di redenzione e ascesi spirituale. In oriente invece, seguendo il filone della tradizione buddista legata al Dharma, si è compreso molto bene che ogni energia del creato, se opportunamente trasmutata ed indirizzata, ha il potere pieno di redenzione e autorealizzazione interiore. Sia per necessità che per filosofia, particolarmente in Cina e più tardi in Giappone si sono sviluppate così le arti marziali, ovvero raffinate tecniche di combattimento corpo a corpo, che attraverso la dura disciplina della concentrazione e dell’allenamento, riescono a forgiare nella fucina interiore dello spirito, energie grossolane come aggressività e paura, in raffinato materiale fluidico, mentale ed eterico, utili per conseguire un progresso interiore individuale. Per il principio che “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”, le energie negative con cui sono contaminati i nostri apparati elettromagnetici ,nonchè il nostro corpo fisico, non ci è dato il potere di distruggerle o sopprimerle, ma solo di riconvertirle o trasmutarle. Occorre quindi la conoscenza e la capacità di attivare questo processo che si può ottenere attraverso la pratica di innumerevoli discipline, tra cui appunto, l’esercizio delle arti marziali. Inutile dire che non tutti gli esperti praticanti di queste tecniche da combattimento, le hanno utilizzate per nobili fini, ad esempio i Samurai giapponesi di qualche secolo scorso, venivano contesi e assoldati dai vari feudi rivali per assicurarsi una supremazia in campo bellico e per le sanguinarie scorribande ai danni degli eserciti nemici. E’ anche vero che la stessa ricerca di supremazia in campo militare e strategico, per aumentare il proprio esercizio di potere su altri popoli, lo hanno attuato anche le grandi religioni monoteiste, come il cristianesimo, islam e l’ebraismo ed in molte occasioni si sono apertamente combattute tra loro con immensi danni, distruzioni e perdite umane. Ai nostri giorni, ancora le arti marziali trovano difficoltà, nelle palestre o doji occidentali, a esprimere il loro valore spirituale di ricerca interiore, ma sono viste più in un ottica sportiva di combattimento come il pugilato, o di difesa personale. Probabilmente l’aspetto più tradizionale del monaco guerriero e che inevitabilmente ci riporta ai concetti della via del Dharma del canone buddista, è da sempre conservato nella provincia di Henan, in Cina, dove sorge il tempio Shaolin e luogo dove vengono forgiati nel corpo e nella mente gli insegnamenti del Kung Fu e della meditazione. Uomini addestrati al duro lavoro interiore e all’allenamento del corpo, capaci di resistere a sollecitazioni fisiche e tentazioni mentali di forte intensità, uomini capaci di assumere disciplina nel cibo, nel sonno, nel pensiero, nel respiro, nel movimento, nell’allenamento e nel ritiro interiore. Con questo grado di consapevolezza, il combattimento non avviene con un vero avversario esterno, ma con la proiezione del nostro nemico oscuro ed interiore, risultante di tutte le nostre disarmonie, processi distruttivi ed irrisolti che ci portiamo nel nostro mondo interiore ed inconscio. L’eterna lotta tra bene e male può essere combattuta con successo sia attraverso la via del sacro femminile espresso dal sentimento, devozione e purezza di cuore ( bhakti), o attraverso la natura maschile dinamica e combattente dell’ impavido guerriero di luce. La frase “odia il peccato e non il peccatore” è in linea con questo concetto, in cui il combattente dello spirito, non prova avversione per l’avversario, ma solo per il lato oscuro che abita in lui e quindi si sforza incessantemente di rimuovere o meglio trasformare le tenebre in luce, la distruttività in creazione, l’ostilità in empatia, ecc. Questo può avvenire con la disciplina interiore, la meditazione e l’utilizzo del corpo fisico in maniera appropriata e funzionale a questo intento.

Kioto, Giappone
Arti Marziali
Nella disciplina delle tecniche da combattimento, si sono sviluppati nel tempo diversi stili a seconda delle culture e della storia dei popoli; probabilmente è dal territorio cinese che che ha avuto origine la codifica dei movimenti e posture delle arti marziali. Una discendenza da maestro a discepolo di nomi famosi che ancora risuonano ai nostri giorni, e che rappresentano lo spirito e la tradizione non solo dello stile, ma di una intera cultura che si identifica in una nazione o territorio. Dal Wing Chun del sud della Cina, al Kung Fu che ne rappresenta una definizione più generalizzata e che ci riporta allo stile Shaolin, praticato in un famoso tempio di monaci guerrieri; mentre la disciplina più popolare, probabilmente rimane il Tai Chi, molto diffusa anche fuori dai confini cinesi ed alla portata di tutte le fasce di età, in una versione armonica e rallentata dei movimenti del Kung Fu. Anche il Giappone grande rivale storico della Cina, non solo nelle arti marziali, ha sviluppato i propri codici di combattimento racchiusi in vari stili partendo del jujutshu il più antico, il judo che utilizza la forza dell’avversario per compiere proiezioni a terra, il karate ovvero scontro a mano aperta e il kendo l’arte della spada. Samurai e guerrieri Ninja erano maestri ed esperti nell’arte della guerra, ma alcuni di loro, utilizzavano queste tecniche non solo per portare i loro servigi al proprio Daimyò, il signore feudale e governatore di vaste terre nell’isola giapponese, ma applicavano i principi e valori della disciplina del corpo e della mente, per elevarsi a livello interiore e avere accesso ai mondi invisibili della trascendenza. Un modello analogo in occidente, lo possiamo osservare nel periodo medievale dai cavalieri templari, i quali fedeli al loro codice d’onore, combattevano in battaglia per fede e giustizia come loro missione di vita, con sprezzo del pericolo e non curanza delle estreme conseguenze per il corpo. Analizzando la Bhagavad Gita, famoso testo della tradizione indiana, antico almeno di 3000 anni, l’insegnamento del Profeta Lord Krishna incede nel susseguirsi dei versetti in esso raccolti, descrivendo come la pratica del Karma yoga, necessaria all’evoluzione individuale, si realizzi attraverso “l’azione senza attaccamento al risultato”. “Avaro è colui che pretende di gustare i frutti dell’azione; il Saggio agisce senza considerare perdita o guadagno, vittoria o sconfitta, in questo modo o Arjuna sarai sempre libero dai legami dell’azione”. Con questo suggerimento Krishna insegna al praticante l’arte dell’agire, ovvero con un azione liberata dalle catene dell’egoismo e aspettative, si interrompe la catena di causa ed effetto ponendosi al di fuori della legge del karma. Ecco dunque il modello mentale con cui il combattente deve affrontare la propria battaglia interiore ma anche l’azione sul piano fisico; è molto probabile che questi precetti siano stati portati dal continente indiano verso la Cina ed il Giappone attraverso la predicazione di Siddharta, che divenuto l’Illuminato, diffuse il suo messaggio ai discepoli che lo accolsero e divulgarono, giungendo secoli più tardi ad interagire e forgiare il pensiero nelle arti marziali . Personalmente ho incrociato il percorso delle arti marziali motivato dal Maestro Swami Maheshanandaji, il quale prima di essere riconosciuto come Maestro spirituale di Bhakti yoga, era stato insignito con la prima cintura nera italiana nell’ambito del Karate. Nei primi anni 60 infatti, dal Giappone arrivarono in Italia i primi maestri di arti marziali, per diffondere questa tradizione ed avviare palestre e centri dojo. Devo dire che attraverso la sua conoscenza e saggezza, Swami Maheshananda ha sempre utilizzato il karate per i suoi allievi, in maniera non convenzionale, prediligendo l’aspetto formativo e come pratica di trasformazione ed elevazione interiore. Mai era permesso, nei suoi corsi e stage di karate, utilizzare le tecniche in maniera sconsiderata producendo danni fisici durante i combattimenti dei suoi praticanti e tutti i momenti di questi incontri, erano sempre supervisionati dalla sua presenza, che garantiva sempre e comunque dei benefici interiori al termine di essi. Continuai qualche anno in questa disciplina, fino a che il Maestro era in grado di guidare i corsi, in seguito, motivazioni diverse lo portarono a vivere fuori dal nostro paese ed anche la fiamma della mia passione per arti marziali, che non era ben radicata, se non dalla sua presenza, si spense.



